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Saturday 04 September 2010
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Mito

MITOLOGIA E LEGGENDE SU ARBUS
IL MITO DI ATLANTIDE
Negli ultimi anni da molte voci è sorta per la Sardegna e la sua Storia la necessità di un revisionismo delle origini, molti studiosi, infatti, hanno spinto molto al di là le date fin'ora riconosciute sull'origine del nostro popolo.
Navicella Nuragica
Tra i tanti sicuramente la voce più credibile e autorevole è stata quella del Professore Giovanni Lilliu, che ha arricchito la sua opera fondamentale "La Civiltà dei Sardi" di nuovi interessanti capitoli che raccontano di un'isola abitata non solo nel Neolitico Antico ma perfino nel Paleolitico come dimostrano le incredibili scoperte effettuate in varie parti dell'Isola, dalla Sardegna settentrionale dell'Anglona, al Sarcidano, al territorio di Sarroch.
Bronzetto Arciere
Già con il Neolitico Antico ci spostiamo di migliaia di anni indietro, oltre il 6000 a.C. ma è con il Paleolitico che raggiungiamo cifre che solo qualche decennio fa erano ritenute impossibili: 150.000 anni a.C. in Sardegna non vi erano solo vulcani fumanti ma uomini.
Bronzetto Arciere cornuto
Questo revisionismo non è fatto solo di date che sfumano nei tempi dei tempi, ma anche di riflessioni sulla natura del nostro popolo, sulla nostra remota cultura, sulle nostre più profonde paure, sul nostro peccato originale. In sostanza, brillanti studiosi e storiografia ufficiale, ci hanno sempre raccontato che i Sardi sono sempre stati e sempre saranno un popolo sottomesso. Un popolo di puttane e pastori, con una fobia incredibile per il mare tanto da fuggire la costa e nascondersi sui monti, un popolo invaso e conquistato da tutti, dai Fenici ai Piemontesi. Un popolo povero e bistrattato, influenzato da tutti e tutto.
La stele di Nora
E invece no! Nuove teorie, studiosi più coraggiosi e leali, ci raccontano di un popolo antico, capace non solo di mirabili opere di ingegneria edile come il nuraghe, ma di navigare, commerciare e influenzare le culture di tutto il Mediterraneo. I Sardi erano i Shardana il popolo del mare, commercianti e incredibili guerrieri che arrivarono a sfidare l'Egitto dei Faraoni. Tra queste affascinanti teorie spicca per prove apportate e per la forza degli enunciati quella del giornalista Giuseppe Frau che identifica nella Sardegna delle 8000 Torri, il mitico continente perduto, l'Atlantide, l'Esperide o Tartesso che dir si voglia.




Sulle ali di questa teoria mito (sulla quale per importanza per l'intero popolo sardo, si dovrebbe indagare e spendere risorse) vogliamo parlare di un'altra storia, altrettanto affascinante, che racconta le origini mitologiche di Arbus, ringraziamo quindi il Sig. Eraldo Meloni e il suo libro "Arbus e Arburese" (2002; edizioni Fiore, San Gavino), che vi consigliamo vivamente d'acquistare, e da cui traiamo questi suggestivi e intriganti passi:
La cultura del nuraghe si affermò intorno al 5500 a.C., quando in agro di Arbus si ebbero i primi tentativi di costruzione di nuraghi (vedi in località Is'arropis), quando il continente italiano e gran parte dell'Europa era ancora immersa nella barbarie, e le loro genti erano dei cavernicoli e dei Palafittai. I nuragici Arburesi erano già capaci di costruire opere grandiose… […]
Nell'Arburese i villaggi nuragici sono numerosissimi, tanto che ogni lembo di terra risulta fosse abitato, direi che vi era un vero e proprio affollamento. A tale esplosione demografica, i Shardana nuragici dovettero porre rimedio andando a occupare terre d'oltremare, fondarono Minorca, il cui antico nome era Nure, colonizzarono la Calabria. […]
La gioia degli egiziani per aver sconfitto la marineria sarda fu tanta che all'artefice dalla vittoria venne eretto perfino un monumento, oggi infatti nella parete del tempio su citato i geroglifici riportano la relazione di Ramsete III sull'invasione dei guerrieri di Atlantite e la storia degli Iperborei = sardi. I quali sardi vengono raffigurati in veste di guerrieri con un gonnellino corto, una corazza di cuoio e metallo, uno scudo rotondo, una lancia o giavellotto e una pesante spada di bronzo, un olmo a calotta munito di un bel paio di corna lunghe di chiara espressione nuragica. I sardi sono menzionati più volte nel tempio di Abu Simel, e nella battaglia di Quades del 1296-93 a.C. quando i sardi allora erano alleati degli egiziani e vi compaiono come truppe mercenarie scelte al servizio dei Faraoni. In quel tempo moltissime famiglie di legionari arburesi e sardi risiedevano in Egitto. Queste famiglie per comunicare tra loro non usavano i geroglifici ma adottavano un nuovo alfabeto, lo stesso che nel tempo verrà attribuito come invenzione fenicia.
Geroglifici e bronzetti
Ramsete III chiamava i Shardana pirati o predoni dal cuore ribelle e crudele, ma non è certo che questi antichi sardi fossero così disumani come vengono dipinti da questo Faraone, è sicuro invece che erano popolo che sapeva farsi rispettare oltre che popolo di grandi navigatori, come è ampiamente dimostrato dai ritrovamenti archeologici. Tanto è vero che molto prima di Cristoforo Colombo questi navigatori sardi introdussero anche nell'America latina la loro cultura. A tal proposito voglio porre all'attenzione del lettore il fatto sorprendente riguardante l'analogia tra il legislatore arburese e il latino americano re dei Toltechi, anche costui bianco e barbuto. La capitale dei Toltechi si chiamava "Tulà" o "Tollan", toponimi questi di chiara origine comune con l'arburese e la Sardegna. Gli storici suppongono che i Toltechi siano gli antesignani degli "Az-techi" che introdussero la grande cultura in Messico, ampiamente manifesta nei resti archeologici. A mio avviso però c'è un particolare importante da chiarire riguardo il nome "tol-techi" e "az-techi" che secondo me sono da ritenersi sinonimi e quindi sono ambedue riferenti a un medesimo popolo. Infatti le radici delle parole "tol" ed "az" hanno il medesimo significato e vogliono dire "popolo che proviene da Tol-an o az-lan e cioè da Atlantide, e quindi dalla Sardegna. In Messico esistono i dolmen e i menhir come nell'arburese e in tutta la Sardegna, a conferma dell'origine culturale fra i due popoli. Gli indiani apaches dicono che a Tiahuanaco esisteva una statua del dio bianco e barbuto, detto "Vira-chocha", chiamato in latino Albus vir = uomo bianco, considerato figlio del sole esattamente come la divinità arburese. Vira-chocha, dall'arburese vira = vita, e chocha, che oggi significa anitra ma in origine significava natante, o qualsiasi cosa che galleggiasse. Ritengo quindi che Virachocha per gli amerindi significasse barca della vita da cui sbarcarono gli uomini bianchi provenienti da Az-Lan (Sardegna). La città di Tianuanaco presso il lago Titicaca era una città marittima, ora si trova a 3.800 metri di altitudine. Gli abitanti del luogo in un lago usano ancora i fassones per la navigazione, esattamente come ancora usano fare i pescatori di Cabras nell'Oristanese. Si tenga anche conto del vocabolo arburese "koya" che significa sposa e sposalizio, orbene in lingua inkaica "koya" era la sposa legittima del sovrano Inca. Quest'altra analogia con l'arburese è puramente casuale? Lo ritengo improbabile, in quanto ho scoperto tale analogia con altri vocaboli arburesi. […]
La capitale degli Iperborei (o degli atlantidi `Az-Lan') fu Babilonia, da non confondere con la Babele orientale. Infatti, nel libro dell'Apocalisse - che ritengo fu ispirato come lo furono i Dialoghi di Platone - ispirazione avuta da antichi documenti andati perduti - si descriveva la fine del mondo, che si identificava in un'unica potentissima città, detta la Grande Babilonia, che estendeva il suo potere su tutte le Nazioni della terra. Dal contesto dell'opera appare indiscutibile che non si tratta della omonima città mesopotamica, e neppure della Roma pagana, come vuole a torto l'interpretazione ufficiale. La Gran Babilonia infatti viene descritta senza ombra di dubbio come una città di mare, chiaramente visibile dalle imbarcazioni al largo. Inoltre viene indicata come la capitale di un grande impero marittimo, città che dominava i mari di tutto il mondo. Orbene: so che qualcuno mi prenderà per matto (ma chi se ne frega!) quando leggerà che Babilonia (si legga L'Apocalisse, libro di Daniele) si ergeva proprio in Sardegna e precisamente nella Curatoria di Arbus. Non è facile individuare il sito preciso, ma comunque si ergeva tra Capo Frasca e Capo Pecora. A rafforzare quanto da me scritto in riguardo alle imprese degli antichi sardi, espongo quanto affermava tempo fa il famoso egittologo Cav. Chabas (spero che la sapienza e l'onestà di questo scrittore venga premiata dai sardi onorandone la memoria quantomeno dedicandogli una via cittadina) nella sua opera sui geroglifici egiziani, ove sosteneva a ragione che il geroglifico shardanou è espressione degli abitanti della Sardegna come popolo marittimo del Mediterraneo, e confermando questa identificazione conclude "le sardes seraint dans le monde entier la nation dont le mond remonteraint a l'antiquité la plus reculee". […]
Anche l'Etruria è stata colonizzata dagli antichi Shardana, l'affermazione farà storcere il naso a qualcuno, anche se io non faccio altro che essere d'accordo con quanto afferma il geografo e storico greco Strabone nato nel 63 a.C. e con quanto sostiene anche il Beroso, sacerdote babilonese del III secolo a.C. Basta vedere anche le rovine di Roselle in Toscana per convincersi che queste sono di chiara origine nuragica; a ragione alcuni scrittori moderni hanno considerato i Toscani discendenti dell'Atlantide, individuando però questo continente in varie parti del mondo, scartando proprio la Sardegna, loro vera culla primordiale. I Toscani primitivi si chiamavano `tusci a casci'. Tusci è anche vocabolo arburese in disuso e significa tagliente, in senso figurato prende anche il significato di arguto, arguzia, "in-tusci-ai" invece significa "ottundere". "Casci" è anche antico cognome sardo, a riprova dell'origine comune dei sardi e toscani, per vedere l'affinità della lingua etrusca con quella sarda si leggano gli scritti di Massimo Pittau. In conclusione, aggiungo che anche se gli ateniesi si vantano di aver combattuto e cacciato gli Atlantei, ancora nel VI secolo a.C. truppe di occupazione sarde "Sardaioi" stanziavano in Grecia, a conferma che in quel periodo la marineria sarda era ancor potente. Secondo la storia ufficiale invece erano alla mercè di altri popoli. A testimonianza dell'antica egemonia sarda sui mari, vi è anche il fatto che quando Roma dominava incontrastata, tutto il Mediterraneo occidentale, dalle coste dell'Africa a quelle della Campania, del Lazio, della Liguria e della Spagna, questo mare aveva un solo nome, era il Mare sardo o di Sardegna, Sardonio Mare, Sardonico o Sardanio. Di seguito elenco i siti che testimoniano il passaggio degli antichi sardi. Questi sono: Sardiane, nome del santuario di Artemide nella capitale della Lidia; Sardi, in Asia minore; Sardast, in Iran; Sardapur e Sardasar in India; Sardam in Olanda; Cerdagna, nome di regione dei Pirenei; Sartin Man, località belga; Patara, paese della Turchia; Atzara, popolo afgano; Sardak in Anatolia; sardoch in Portogallo; Sarcfessos nella Cicilia troiana; Sardene e Sardemisus, nomi di monti della Misia; Sardaurri, alta Mesopotamia; Sardonicon, nella Colchide; a oriente della Mesopotamia abbiamo Sardin, Sardardarud, Sardenis, Sardarabad, Sardab, Sarduych, Sardik, Sardsir; inoltre Sardike, città della Tracia, Sardon Polis, Sardaion Oros, monte presso l'Asopo; Sardiota nell'Illiria. Toponimi e antroponimi lasciati dai Shardana in Fenicia sono: Addis, Arca, Arzan, Arzuna, Ashara, Balat, Birrali, Bityas, Biti, Cara, Carala, Charta, Kerkil, Kurin, Gerra, Gonia, Lair, Matthana, Marra, Merke, Melis, Miliz, Orthosia, Otthara, Sarbana, Tharrana, Usala, Usana, Ullaza, ecc... In conclusione dico che Atlantide, pur avendola sotto il naso non vogliono scoprirla in quanto manderebbe alle ortiche tutte le supposizioni della scienza ufficiale.
ALTRE LEGGENDE SU ARBUS Sono numerose le leggende che avvolgono di fascino e mistero la nostra Terra, storie narrate dai nostri nonni nelle sere d'inverno della nostra infanzia. Storie che spesso si perdono negli anni e nelle generazioni, impoverendo la nostra cultura e quella identità che ognuno di noi dovrebbe custodire gelosamente. Per questo riteniamo importante il lavoro di raccolta fatto nel libro "Arbus tra Storia e leggenda" (L. Angei, T. Dessì, M. Mastino; Ce.S.M.E.T. Editrice, 1995), che consigliamo di acquistare e conservare tra i libri più cari, e il bellissimo testo prodotto dalle classi V A e V B (anno scolastico 1999/2000, scuola elementare Piazza San Lussorio, Arbus) intitolato "Arbus, paese che vai leggende che trovi". Tante le leggende elencate, la nascita della chiesetta della Madonna d'Itria, la leggenda de Su Fonnesu Mannu, de Su Predi Sconcau, del balente Pabedda… e di luoghi misteriosi come Arcuentu (Erculentu). Su questo nostro monte si è raccontato tanto, esso è il monte sacro sin dall'alba dei tempi, oggetto di mille paure, superstizione e sacralità. La più famosa, sicuramente, è la storia della strega e del suo telaio d'oro. Si racconta, infatti, sia custodito su Arcuentu un incredibile tesoro destinato a essere trovato solo da una giovane coppia prossima alle nozze. I fidanzati, la notte prima delle nozze, dovranno salire su Arcuentu dove, a mezzanotte, apparirà loro la strega che arriva su un carro. A quel punto i fidanzati che venderanno la loro anima al diavolo, potranno conoscere dalla strega il luogo dove è nascosto il mitico telaio. I racconti sulle Streghe sono sempre i più gettonati quando anziani e bambini si trovano insieme, attorno al focolare domestico. Così boschi e vallate si affollavano "is cogas", le streghe cattive da scacciare, si credeva succhiassero per cattiveria il sangue dei bambini e con questo e la cenere creassero una specie di focaccia simile a su cuccu de cani. Per tenere lontane queste streghe si effettuava il rito de sa mexia de is cogas, s'introduceva un mazzetto di erbe aromatiche nel guancialino del neonato, erbe con le quali si faceva un pendaglio che si appendeva al collo del bambino, così si tenevano lontane queste donne infernali.